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Libia, il massacro silenzioso dei tuareg
20 settembre 2011
«Della guerra civile in Libia si parla molto. Ma pochi dicono che tra le prime vittime di questo conflitto ci sono i tuareg. Ne sono stati ammazzati centinaia e altre centinaia forse ne verranno uccisi in futuro. Nel silenzio e nell’indifferenza più totale sia delle organizzazioni internazionali sia dei mass media». È Elhadji Oubana, meglio conosciuto come Haddo, nigerino, presidente della Ong Mondo tuareg e responsabile della comunità tuareg in Italia, a lanciare un appello affinché ci sia una mobilitazione internazionale a favore del suo popolo.

Il trattamento duro che è stato riservato ai tuareg in Libia è il frutto di una storia complessa. «Una quarantina di anni fa - ricorda Haddo - molti tuareg nigerini e maliani sono fuggiti in Libia per scappare alle dure repressioni dei governi di Niamey e Bamako. Muammar Gheddafi, da pochi anni al potere a Tripoli, offrì accoglienza e finanziamenti ai loro movimenti ribelli. La lotta dei tuareg così proseguì fino al 1995, quando Gheddafi si propose come mediatore del conflitto sia in Mali sia in Niger. Una mediazione che portò a due accordi e alla cessazione delle ostilità. Nel 2006 la rivolta ricominciò in Niger. Nel 2009 Gheddafi si propose ancora come mediatore e favorì di nuovo l’accordo».

Al termine di quest’ultima guerra Gheddafi propose ai tuareg di tornare in patria oppure di servire nel suo esercito. Molte famiglie rientrarono, ma altre rimasero e molti uomini si arruolarono nelle forze armate libiche. «Noi - continua Haddo - pur essendo nigerini, non consideriamo come mercenari gli uomini che si sono arruolati. Per noi sono solo tuareg. Fratelli che hanno continuato a vivere e a combattere in quel deserto che è ed è sempre stato la nostra vera patria. Per noi le frontiere sono solo un retaggio coloniale. Sappiamo che nel sud dell’Algeria, nel sud della Libia, in Mali e in Burkina Faso vivono migliaia di “uomini blu” che hanno la nostra stessa cultura, la nostra stessa fede e la nostra stessa lingua».

Quando a febbraio la rivolta a Bengasi ha dato il vita alla guerra civile, molti tuareg nigerini si sono ritrovati così a combattere a fianco di Gheddafi. E molti di essi sono morti. «I tuareg - prosegue Haddo - sanno che Gheddafi è un dittatore spietato, però lo hanno sostenuto e lo sostengono ancora. Gli sono grati per il sostegno politico che ha fornito negli anni e per gli aiuti economici che ha sempre garantito ai movimenti ribelli».

A rimetterci sono state anche le famiglie di questi militari. Temendo rappresaglie da parte dei ribelli di Bengasi, sono fuggite in Niger, dove oggi vivono in condizioni di povertà estrema. «In Libia - aggiunge Haddo - sono visti come sostenitori di Gheddafi e non c’è pietà nei loro confronti. Le esecuzioni sono già iniziate. Per questo motivo molte famiglie sono fuggite. Ma il Niger non può offrire loro altro che miseria e abbandono». Queste famiglie sono accolte in un grande campo alle porte di Agadez. Il governo di Niamey offre loro un minimo di assistenza, ma non ha le risorse necessarie per aiutarli. «Le organizzazioni internazionali - denuncia - hanno creato strutture di accoglienza per i profughi che sono fuggiti in Tunisia e in Egitto, ma sembra che si siano dimenticati del Niger. Tra l’altro qui, oltre ai tuareg, sono arrivati anche migliaia di africani che volevano venire in Europa, ma sono rimasti bloccati in Libia. Ora vogliono tornare nei loro Paesi, ma arrivati ad Agadez non hanno più i mezzi per rientrare a casa. Perché allora le organizzazioni internazionali non intervengono?».
Enrico Casale
© FCSF – Popoli